Gli esami ormonali che ha senso fare (e quando)
FSH, estradiolo, AMH, TSH, prolattina: quali esami hanno senso in perimenopausa, quando non servono e cosa dicono davvero. Il profilo metabolico che invece conta sempre.
«Mi faccia gli esami degli ormoni» è la richiesta più frequente. È comprensibile: un numero rassicura. Ma in perimenopausa gli esami ormonali sono spesso meno utili di quanto si creda, e altri esami — di cui si parla meno — sono più importanti. Ecco una guida a cosa dicono, e a quando servono.
Perché in perimenopausa i valori oscillano
La transizione è per definizione instabile: gli ormoni ovarici salgono e scendono da un ciclo all'altro, a volte da una settimana all'altra. Un prelievo fotografa un istante. Una donna può avere un valore «da menopausa» in un mese e uno «normale» il mese dopo, ed essere in perimenopausa in entrambi i casi. Per questo, sopra i 45 anni e con sintomi tipici e ciclo che cambia, la diagnosi è clinica e le principali società scientifiche sconsigliano di basarla sugli esami.
I singoli esami
- FSH. L'ormone con cui l'ipofisi stimola l'ovaio. Tende a salire quando la riserva ovarica si riduce. Valori elevati in due prelievi distanziati, in assenza di ciclo, sono coerenti con la menopausa; ma in perimenopausa oscillano e non bastano da soli. Ha senso soprattutto sotto i 45 anni, o quando i sintomi sono atipici, o in presenza di contraccezione ormonale che «maschera» il quadro (in quel caso va sospesa prima, su indicazione).
- Estradiolo. Oscilla ancora di più; da solo dice poco. Si legge insieme all'FSH in situazioni specifiche.
- AMH. Riflette la riserva ovarica ed è utile in ambito riproduttivo; non è raccomandato per diagnosticare la menopausa né per prevederne con precisione l'epoca.
- TSH. La tiroide può causare sintomi sovrapponibili (stanchezza, alterazioni del ciclo, umore, peso, sudorazioni). Va controllata quando il quadro non è chiaro, e comunque è un esame di base.
- Prolattina. Da valutare in caso di ciclo assente, secrezione dal seno o altri segnali specifici.
- Altri ormoni (androgeni, cortisolo, ormoni ipofisari) solo in presenza di segnali che li giustificano.
Il profilo che conta sempre
La transizione menopausale cambia il rischio cardiometabolico e osseo. Gli esami che contano in questa fase, indipendentemente dalla diagnosi ormonale:
- profilo lipidico (colesterolo totale, HDL, LDL, trigliceridi): dopo la menopausa tende a peggiorare;
- glicemia ed emoglobina glicata;
- pressione arteriosa (non è un prelievo, ma va misurata);
- vitamina D, e la valutazione della densità ossea quando indicata dalla specialista in base all'età e ai fattori di rischio;
- emocromo e ferritina, soprattutto con cicli abbondanti;
- funzione renale ed epatica di base.
Questi esami servono a costruire la prevenzione, e in molti casi a decidere le opzioni terapeutiche.
Quando gli esami ormonali sono davvero utili
- Sotto i 40–45 anni, per distinguere una menopausa precoce o un'insufficienza ovarica da altre cause.
- In presenza di contraccezione ormonale o di sintomi atipici.
- Per escludere altre cause (tiroide, prolattina).
- In alcune decisioni terapeutiche, a giudizio della specialista.
Fuori da questi casi, chiederli «per sicurezza» produce numeri che confondono più di quanto informino.
Domande frequenti
Posso portare esami fatti dal medico di base?
Sì: ogni referto recente è utile. La specialista dirà se bastano o cosa manca.
Ogni quanto si ripetono?
Il profilo metabolico in genere ogni 1–2 anni o secondo indicazione; gli esami ormonali solo quando servono a una decisione.
Il test salivare o del capello per gli ormoni è affidabile?
No: non è raccomandato dalle società scientifiche per la diagnosi.
Fonti: raccomandazioni delle società ginecologiche ed endocrinologiche italiane e internazionali sulla diagnosi della transizione menopausale; Fondazione Onda. Immagine illustrativa.
A cura della redazione Venùsya · Contenuto informativo: non sostituisce il parere della specialista · Ultimo aggiornamento: 29 settembre 2026